Capitano Ulisse

di Stefano Zampieri

ALBERTO SAVINIO, Capitano Ulisse, a cura di Alessandro Tinterri, Milano, Adelphi, 1989, PP. 162

[Tratto da : «Belfagor», a.XLIV, n. 5, settembre 1989]


Capitano Ulisse è una delle prime opere di Savinio: scritta nel 1925 per il Teatro d'Arte di Pirandello, fu rappresentata solo nel 1938 con scarso successo. Dopo la pubblicazione in un centinaio di copie, per i Quaderni di «Novissima» (nel 1934), essa ha subito il destino di un rapido oblio: Adelphi la ripresenta ora nel quadro del progetto di riproposizione dell'intera opera di Savinio.

Pur appartenendo alla stagione giovanile dell'autore (insieme ad opere come Hermaphrodito del '18, La casa ispirata del '20 e Angelica o la notte di Maggio del '27), questo testo sa delineare con nitida precisione i tratti di una figura, quella di Ulisse, nella quale possiamo riconoscere il volto stesso dell'autore e l'insieme di coordinate che hanno guidato la sua esperienza letteraria per molti decenni. Ulisse il Greco, come Savinio (alias Alberto de Chirico), nasce appunto ad Atene e l'esperienza infantile della sua terra natale resta in lui come un segno incancellabile; Ulisse il senza patria, così come l'apolide Savinio, diviso tra la Grecia, Monaco, Parigi, e l'Italia; Ulisse, l'uomo della curiosità e della scoperta, e Savinio l'autore di indimenticabili prose di viaggio e di osservazione (si pensi solo ad Ascolto il tuo cuore, città).

Ma Ulisse è ancora di più. Dentro lo specchio di Savinio egli rappresenta innanzi tutto tragedia del desiderio. E il desiderio non ha in Savinio il valore di un movente ideale quanto piuttosto quello di una malattia. Il senso tragico del destino di Ulisse è già interamente riassunto nelle parole che Euriloco rivolge allo Spettatore nella prima scena: « Ulisse non è più Ulisse. Ulisse è un desiderio, una nostalgia vagante. Lei, faccia conto, piglia un desiderio, lo veste da capitano di marina e lo mette in un angolo: si muove più? vuole? intraprende qualcosa? ... No: desidera, sogna, anela. Ora lei sa bene che il desiderio si nutre da sé, si feconda da sé come certi molluschi. Quando il desiderio si radica così forte in un uomo, costui non pensa più a convertirlo in realtà. Anzi! Teme, attuandolo, di guastarlo, di vederlo sfumare. Le dirò: a costringere Ulisse a tornare nella sua patria, gli si renderebbe un pessimo servizio» (p. 43).

E l'intera azione verte intorno a questo drammatico destino. Nel primo atto Ulisse abbandona Circe, poiché, confessa, in lei non riesce a vedere che la donna del suo desiderio, Penelope. Ed è il richiamo del desiderio che lo fa partire. Nel secondo atto abbandona Calipso («replica esatta di Circe»), nel terzo atto; giunto finalmente a Itaca, incontra Penelope, incontra l'oggetto del suo desiderio: ma non lo riconosce. In quella Penelope, «replica fedelissima di Circe e di Calipso», Ulisse scopre improvvisamente soltanto un impedimento, un ostacolo al suo cammino. Ulisse se ne va, ma non più marinaio in balia del Fato e del desiderio bensì uomo, vestito in abiti borghesi, «con soprabito, cappello in testa e bastone in mano», incapace di udire l'ultimo lamentoso richiamo della donna.

Un finale in linea con quell'atteggiamento misogino che caratterizza spesso l'opera di Savinio: la donna, meta del desiderio, appare infatti talvolta come un ostacolo, una catena, come ciò che impedisce il libero sviluppo dell'iniziativa umana, proponendo un miraggio lontano e irraggiungibile, di cui ogni donna viva, concreta, presente, è solo una copia insufficiente. Dice Ulisse rivolto a Calipso: «Eguali, eguali tutte!... Non solo tè non solo Circe, ma tutte, tutte le donne; e quelle che conobbi, e quelle che non incontrerò mai: tutte le veggo, l'intero popolo delle donne, stendersi, carovana immensa, eguali, simili, spaventosamente identiche! » (p. 919. Una sola è diversa, una, la meta, la conclusione del viaggio, quella Penelope che non esiste nella realtà ma solo nel sogno del desiderio, in questa prigione da cui è davvero difficile fuggire: «La mia vita è tutta chiusa, serrata in questo desiderio, unico desiderio » (p. 56).

Un desiderio che guida, che si impone come il Fato stesso, come la volontà degli dei. Savinio mette in scena ripetutamente la figura di Minerva che Ulisse invoca come la matrice del suo destino: »Devi essere bellissima: bella come il suono della tua voce. Sul tuo volto saranno segnate le tracce del mio lungo desiderio... Lasciati vedere!» (p. 107) Nel rapporto di Ulisse con la dea Savinio legge il modello stesso del rapporto con la donna attraverso il legame del Desiderio. Alla fine della tragedia dunque, liberarsi dalla prigione del desiderio significa anche affrancarsi dal legame con la divinità: «No: la pietosa ingenuità che ci faceva affidare la nostra sorte alle mani altrui, sia pure in quelle eccelse di una dea, l'abbiamo perduta. Io chiedo responsabilità piena! rifiuto qualunque ausilio!...» (p. 130). Ecco l'esperienza di Ulisse-Savinio: liberarsi del desiderio (e della necessità, perché le due cose vanno assieme), per guadagnare un ruolo di soggetto protagonista, per assumere la fisionomia di una individualità completa, autosufficiente: «Un minuscolo diaframma gli si è aperto nel cervello che ha sparso una luce splendente nella sua anima oscura. Il dovere che dice io sono, il solo che conti e onde tutti gli altri derivano in degenere figliolanza, ha parlato in lui con voce squillante» (p. 30). Nella determinazione di questa scoperta finale è nascosta la verità del destino di Ulisse-Savinio, i1 suo segreto. Il segreto dell'uomo che ha vinto il desiderio, dell'uomo che con il cuore dolorante, ma con lo spirito « libero, placato, fiero» (p. 130), assume un compito nuovo, non meno disperato: «ora comincia un tragico soliloquio...» (p. 131). Non si può non sentire in questa conclusione il richiamo, forse inconsapevole ma non per questo meno pressante, di una condizione storica drammatica. Il richiamo della modernita e della metamorfosi che in essa travolge l'essere umano sottraendogli via via ogni capacità di rapportarsi con gli altri e con la sua stessa esistenza nel mondo, facendone un individuo isolata e disperso. La solitudine di Ulisse-Savinio, attraverso le forme della misoginia, del solipsismo, dell'individualismo esasperato può essere messa in analogia con quella del suo maestro occulto, ma non troppo: Federico Nietzsche (insieme a Spengler, Schopenhauer, Wagner...). Il mito di un superomismo colto come reazione all'egualitarismo forzato del mondo borghese, lo si percepisce nettamente in molte delle opere di Savinio. Particolarmente in questa, attraverso una concezione intellettualistica della vita che si realizza per mezzo del teatro. Savinio infatti nella introduzione al dramma distingue un teatro "in bianco e nero", il teatro della Democrazia, quello che dal Settecento ha rappresentato un mondo senza Dio con i tratti, della grigia e fedele duplicazione della realtà, da un teatro dell'«Avventura Colorata», quello cioè che rispetta la caratteristica stessa della spettacolarizzazione: «Il teatro è un progetto di vita, il modello in piccolo di un mondo pulito e senza malattie. Trasportati sulla scena, i nodi più stretti, le matasse più intricate, i problemi più ribarbativi si risolvono con una grazia di gioco aereo (...). La Storia dice la cosa com'è, il Teatro come dovrebbe essere». Soltanto il teatro sa sciogliere i nodi della vita in modo cosi preciso e indolore. E ciò avviene proprio per la forza dei colori, cioè della trascrizione fantastica della realtà e della storia (la polemica contro il verismo è un altro dei punti di forza dell'opera di Savinio); più i colori sono vivi, più forte è l'azione catartica. Dunque: «Nell'Avventura Colorata, l'uomo attore sale a una biologia superiore. Acquista il senso totale, assume il comando supremo di se stesso. Si conosce, si sente come nessuno mai quaggiù è riuscito a conoscersi e a sentirsi». Perviene ad uno stato di individualità realizzata, una individualità che riunisce in sé i due sessi e incarna il modello dell'ermafrodita, dell'individuo completamente autosufficiente. In questa situazione, «Necessità e Desiderio, tesi tutt'e due in una attesa piena d'ansia, questo con certa quale discrezione, quello con impazienza spudorata, sono ridotti entrambi a far la parte della fotografia del povero defunto». Necessità e Desiderio scompaiono dunque per far posto alla libertà dell'autodeterminazione, libertà dell'intelligenza: Ulisse è per Savinio «l'intelligente puro » (p. 20), che fa prova di tutta la gamma della possibilità della vita («l'ottava della vita ») e poi le abbandona. Ulisse, l'uomo, l'attore, l'ermafrodito, sono l'esperienza dell'intelligenza pura, quella cioè che non dà presa all'intelligenza stessa, non si fa sedurre da essa (l'intelligenza pura è «il quarto di tono dell'intelligenza») ma anzi fa la parte della stupidità, e si abbandona alla debolezza e alla curiosità. In questa direzione va cercata la matrice dell'ironia che caratterizza tante pagine di Savinio. In quest'opera, poi, si assiste al destino dell'uomo che ha deposto le vesti dell'eroe cui era stato costretto da «quaranta secoli d'incomprensione» (p. 11) per assumere quelle dell'intelligente puro, liberato dalla necessità e dal desiderio, dell'individuo isolato e autosufficiente, ma è un destino consegnato da una scelta radicale ad una impossibile lontananza dal mondo e dalla storia.