Utopia, conversazione infinita.

 

di Stefano Zampieri

[Tratto da: «L'Indice», a.VII, n.3, marzo 1990]


Alberto Savinio, Opere. Scritti dispersi. Tra guerra e dopoguerra (1943 1952), introd. di Leonardo Sciascia, a cura di Leonardo Sciascia e Franca De Maria, Bompiani, Milano 1989
Fra gli autori che la storia della letteratura italiana di questo secolo ha ostinatamente trascurato vi è certamente Alberto Savinio. Nonostante le numerose ristampe, anche in tempi recenti, delle sue opere, le qualità profonde della sua scrittura restano ancora occasione di studio e di gradimento per pochi estimatori. D'altra parte è innegabile che all'origine della diffidenza che Savinio scrittore ha sempre destato sia nel pubblico che nella critica vi siano due fattori concomitanti: da un lato il dichiarato, ma falso, dilettantismo dell'autore, più noto come pittore (ma anche in questo ambito oscurato dalla fama del fratello Andrea De Chirico), dall'altro le caratteristiche stesse della sua esperienza, troppa distante dai modelli del romanzo novecentesco italiano, e difficile quindi da situare con certezza.

Anomalo fu il suo apprendistato intellettuale, vicino più alle coeve esperienze delle avanguardie europee, il surrealismo in particolare (Breton riconobbe in Savinio uno dei precursori del movimento), ma vissuto sempre con un atteggiamento di distacco che gli impedì di confondersi nel gruppo. Con una perenne e sintomatica incapacità di dare una direzione univoca al suo lavoro, Savinio frequentò a fasi alterne, ma sempre in modo altamente creativo, diversi ambiti artistici: fu musicista, scrittore, pittore, costumista, scenografo, critico teatrale, musicale c letterario. Diviso tra la Grecia della sua infanzia (nacque ad Atene nel 1891), Parigi e l'Italia, Savinio incarnò probabilmente un singolare modello di intellettuale "europeo", svincolato dai provincialismi c dalle chiusure di tanta parte della cultura italiana del Novecento.

Il volume che pubblica ora Bompiani non contribuirà probabilmente a sottrarre Savinio all'immeritato oblio in cui riposa, ma costituisce certamente un evento di rilievo. Si tratta di un'opera imponente, oltre 1500 pagine, in cui sono raccolti quasi trecento scritti, per lo più articoli apparsi su quotidiani comc "Corriere della Sera", "Corriere d'Informazione", "Il Tempo", o su riviste come "La Lettura", "Ulisse", "La Fiera Letteraria" ecc., e le introduzioni alle opere di Tommaso Campanella, Luciano di Samosata, Tammaso Moro, e alla Vita privata di Federico II di Voltaire.

Nel complesso la raccolta offre di Savinio scrittore una panoramica completa, poiché ordina cronologicamente, dunque senza nessuna forzatura interpretativa, una somma di riflessioni che spaziano, in modo talvolta disorientante, dal saggio critico al racconto, alla nota di costume, alla riflessione politica; al ricordo autobiografico, al semplice resoconto dello stupore di fronte ad un refuso tipografico. Savinio non esita ad affrontare una dopo l'altra questioni relative al destino dell'Europa uscita dalla guerra, questioni minime di etimologia e ricordi d'infanzia, nel palese tentativo di non lasciarsi sfuggire nulla dell'esperienza artistica e umana che determina l'universo dell'"uomo nuovo" di cui egli in qualche modo si volle interprete fin dalla sua primissima opera, Hermaphrodito (Torino, Einaudi, 1974, 1a ed. 1918): l'uomo meccanico, il manichino delle prime esperienze futuriste fu lungamente il punto di riferimento della sua esperienza; l'uomo che ha rinunciato al desiderio e all'intelligenza in quanto forme del condizionamento sociale, e si presenta al mondo nei panni borghesi di un Ulisse disilluso e solitario.

Spiace che l'arco cronologico scelto dai curatori non consenta di rileggere la quantità di articoli scritti da Savinio prima del 1943, quelli apparsi su "La Voce", quelli de "La Ronda" e molti altri, per poter valutare meglio la continuità e la novità della riflessione di Savinio, ma anche la complessa e criticamente ancora irrisolta questione del suo rapporto con il fascismo - su cui pesa tutt'ora l'impostazione riduttiva dovuta allo stesso Sciascia, quando, nel ripubblicare gli articoli apparsi su "La Stampa" tra il 1934 e il 1940 (cfr. Torre di guardia, Palermo, Sellerio, 1977) omise quelli in cui s'avvertivano più forti i legami con il regime. D'altra parte va detto che proprio a Sciascia molto si deve nella ripresa odierna delle opere di Savinio. E non si può fare a meno d'osservare con rimpianto, di fronte all'improvvisa scomparsa dello scrittore siciliano, la brevità dell'introduzione qui posta. In queste poche pagine, fra le ultimissime scritte da Sciascia, Savinio viene posto a fianco di autori come Borges, Stendhal, Montaigne, fra i quali si rinviene il comune intento di dare alla letteratura il carattere di una "conversazione" infinita. Conversazione con un lettore che è in qualche modo creato dall'autore stesso, secondo una concezione che testimonia la singolarità e originalità dell'esperienza letteraria di Savinio. Ancora Sciascia fa osservare come attraverso questo caotico fluire di riflessioni, note, ricordi, invenzioni, si tenti di offrire una vera e propria visione del mondo e della vita, una visione, bisogna aggiungere, che non diventa mai sistema ma si coagula in una pluralità di segni e di immagini che ha probabilmente la sua ragione in quella Nuova Enciclopedia approntata da Savinio negli stessi anni, ma pubblicata solo postuma (Milano, Adelphi, 1977).

Una descrizione del mondo visto con gli occhi del fanciullo che resta per lo scrittore il modello dell'uomo artista, l'uomo che rifiuta l'estetismo ma insieme concepisce la vita solo sotto il filtro dell'arte, il presocratico che rifiuta l'idea dell'anima e vi oppone quella del sogno e della memoria, il borghese che abdica all'autorità dell'intelligenza per sollevare la bandiera di una ironia incontenibile, di fronte alla quale la serietà del mondo non può che cedere, e il mondo stesso non può che farsi più umano e più vero.

Il contenuto utopico dell'intera opera di Savinio trova esplicita conferma nella folgorante Prefazione alla Città del sole di Campanella (pp. 25 33), che risale al 1944. In essa si delinea l'adesione di Savinio all'ideale utopico proprio in opposizione al testo che presenta. Perché, egli nota, non c'è utopia se non a partire dalla rinuncia a qualsiasi autorità religiosa o politica. Viceversa l'idea di una vita migliore resta relegata inevitabilmente al ricordo di un passato mitico o alla speranza di una vita futura, ma il presente, la felicità del presente, vi resta esclusa, e utopia è proprio "il modello della felicità presente". Utopia è per Savinio un atteggiamento mentale profondo, che richiede l'adesione ad un modello insieme greco (ma presocratico, poiché, con la scoperta socratica della coscienza, l'uomo perde la sua originaria libertà) e umanistico, nel senso di una condizione umana liberata dalla teocrazia. Ma liberata, insieme, da quel "residuo divinismo" che è la "meta della vita", vale a dire la volontà di sostituirsi a Dio stesso quanto a volontà di creazione e di potenza.

Ciò che resta è una vita in grado di rinunciare alla sicurezza dei punti di riferimento, una vita perennemente errante, è lo "stendhalismo", cioè "una vita senza meta e come forma di dilettantismo". È, palesemente, una reminiscenza nietzscheana, ma lontanissima dalle letture "superomiste" correnti in Italia in quegli anni. L'umanesimo utopista, secondo Savinio, segna il crollo di quella "forma verticale e piramidale dell'universo", cioè di quella architettura nata dalla concezione "tolemaica" dell'universo stesso. È, come afferma nella Prefazione a L'Utopia di Tommaso Moro (riportata alle pp. 104-118 e risalente al 1945), il modello di un uomo senza principio, esente "da ogni idea trascendente (Dio, Verità Unica, Scienza), da ogni idea di sopravvivenza dell'anima, da ogni idea di finalità della vita". Un uomo cui resta soltanto di liberarsi dalla "schiavitù materiale" della macchina, per quanto quest'ultima appaia a Savinio insuperabile.

Savinio utopista, dunque, ma insieme preoccupato di uscire dal conflitto mondiale con una idea positiva e concreta, una utopia del presente pensata come "la rivoluzione del sistema politico e sociale tra i popoli dell'Europa, la soppressione dei vecchi e iniqui privilegi, la giustizia nel lavoro, la miglior salute dei corpi, la maggiore 'apertura' delle menti, i costumi meglio intonati alla specie, alle necessità e al 'calore' del nostro tempo, l'abolizione delle superstizioni e dei pregiudizi che ostacolano ancora e inveleniscono i rapporti fra gli uomini, ossia in due parole il 'progresso umano' ". Una soluzione che a mezzo secolo di distanza stiamo ancora aspettando.