Carta d'identità

Dalla Grecia a Parigi

Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea de Chirico) nacque ad Atene nel 1891, e insieme al fratello Giorgio, passò la propria infanzia in Grecia dove si diplomò a soli dodici anni in pianoforte e composizione. Nel 1905 morì il padre, ingegnere ferroviario, ed ebbe inizio per la famiglia De Chirico una peregrinazione che la portò prima a Monaco di Baviera (dove Andrea seguì le lezioni del maestro Max Reger e compose un melodramma verista, I>Carmela, che Mascagni raccomandò a Tito Ricordi ma non fu mai pubblicato), e poi, nel 1910, a Parigi. L'infanzia greca, tuttavia, restò per Savinio come una esperienza incancellabile, tale da segnare con una impronta unica la sua intera produzione artistica, e da fissarsi come mitico e insieme concreto luogo delle origini e serbatoio infinito d'immagini.

A Parigi Savinio giunse, dunque, come musicista. Nella città che ebbe il ruolo di centro unificatore delle esperienze artistiche europee del primo Novecento, egli incontrò i maggiori intellettuali dell'epoca, Picabia, Derain, Brancusi, Cendrars, Reverdy, Cocteau, Jacob, Picasso, ma soprattutto strinse amicizia con Apollinaire, anch'egli un apolide, maestro dell'assurdo e dell'orrido, scopritore di una modernità fondata sulla ricerca e sul rifiuto dei luoghi comuni della cultura ufficiale.

Proprio sulla rivista di Apollinaire, "Les Soiree de Paris", apparve nell'aprile del 1914 il primo scritto di rilievo di Savinio: "Le drame et la musique" nel quale, muovendo dalla tematica musicale, egli delineava il profilo di un'arte nuova che di fronte alla separazione romantico idealista tra mondo fisico e mondo spirituale, si ponesse decisamente dal lato della oggettività che precede ogni spiritualizzazione, e al contempo si manifestasse disarmonica come il mondo stesso e volta a penetrarne i lati enigmatici e strani.

Al medesimo periodo appartiene il testo che per diversi anni contribuì alla fama di Savinio: "Les chants de la mi-mort" (1914). Opera in versi liberi, di sapore vagamente futurista, destinata ad essere accompagnata da musiche composte ed eseguite con successo dall'autore. Apollinaire e Ardengo Soffici testimoniano di un Savinio pianista veemente, che distruggeva lo strumento con l'impeto della sua esecuzione: "il maltraitait si fort l'instrument qu'il touchait, - scrisse Apollinaire - qu'après chaque morceaux de musique on enlevait les morceaux du piano droit qu'il avait brisé pour lui en apporter un autre, qu'il brisait incontinent. Et j'estime qu'avant deux ans il aura ainsi brisé tous les pianos existant à Paris, après quoi il pourra partir à travers le monde et briser tous les pianos existant dans l'univers».

Dalla musica alla poesia

In realtà dopo il 1914 l'interesse di Savinio per la musica andò scemando pur senza mai venir meno, come testimoniano i due balletti La morte di Niobe e Ballata delle stagioni, del 1925 (rappresentata lo stesso anno al Teatro La Fenice di Venezia). Nel dopoguerra egli si riavvicinò ancora alla composizione con le opere Vita dell'uomo, Agenzia Fix, Orfeo vedovo, Cristoforo Colombo, risalenti agli anni fra il '48 e il '52.

Al periodo della prima permanenza parigina va fatta risalire la scelta dello pseudonimo "Alberto Savinio", mutuato dal nome di un letterato e traduttore dell'epoca, Albert Savine, e certo legata alla necessità di distinguersi dal fratello la cui fama di pittore andava allora diffondendosi, ma anche ad una più essenziale volontà di mascheramento che si concretizzò nella straordinaria e insieme ironica metamorfosi dei nomi con i quali lo scrittore parla di sé: Nivasio, Animo, Aniceto, Dido ecc., una pluralità di maschere sotto le quali si nasconde un imprendibile identità d'artista, via via musicista, scrittore, pittore, drammaturgo, scenografo, costumista.

Il periodo metafisico

La prima permanenza parigina si chiuse nell'estate del 1915, quando i fratelli De Chirico tornarono in Italia per arruolarsi e da Firenze vennero mandati a Ferrara. Dopo una lunga permanenza nella città emiliana, Savinio riuscì a farsi destinare al fronte orientale come interprete.

Anche se determinata da cause esterne l'esperienza ferrarese si rivelò una tappa estremamente importante, poiché qui Savinio insieme al fratello, De Pisis e Carrà, diede vita all'avventura "metafisica" e nel primo dopoguerra partecipò alla costituzione della rivista "Valori Plastici", diretta da Mario Broglio, sulla quale apparvero alcune riflessioni teoriche di rilievo nell'economia della sua complessiva formazione e del dibattito artistico negli anni '20.

Nel periodo in cui la cultura italiana dipendeva dalle riviste fiorentine, Savinio apparve piuttosto distante. Egli collaborò alla "Voce" solo dal 1914, pubblicandovi le prime parti del romanzo Ermaphrodito che nel '18 venne stampato dalle Edizioni della Voce, e nel quale confluirono, in un flusso caotico, le prime composizioni poetiche, ricordi del periodo bellico, osservazioni, invenzioni. Savinio, d'altra parte, non stimava Prezzolini, e non ebbe buoni rapporti col gruppo fiorentino, "gente con la quale non ho avuto nè potrò avere mai relazioni", così la definiva in una lettera a Papini del 1919, ed aggiungeva: "Curioso che fra taluni le diversità - l'impossibilità della comunanza - sia tanto palese e avant la lettre". La posizione fortemente eccentrica di Savinio gli rese difficile trovare sintonie profonde, e il suo individualismo radicale lo rese diffidente nei confronti dei gruppi organizzati. Egli piuttosto apparve interessato ad intrattenere rapporti con tutti, per poter gestire al meglio la propria opera, come dimostra una lettera del 1947 allo stesso Prezzolini ormai stabilmente residente negli Stati Uniti, con la quale Savinio sperava di stabilire un contatto utile alla diffusione della sua opera in quel paese.

Savinio e le avanguardie

Savinio fu vicino, allo stesso modo, all'esperienza dadaista, collaborando alla rivista del movimento e intrattenendo uno scambio epistolare con Tristan Tzara. Ma anche nei confronti di questi la sua stima non era altissima, come appare da una lettera a Soffici del 1916, nella quale riferendosi a Tzara e ai suoi sodali affermava: "Che non fosse magnifico, lo sapevo già. Ma quegli uomini però io li considero come degli aggregati necessari. A distanza non se ne ricava nulla. Un giorno però forse potrà servire a qualcosa".
Non diverso, ancora, è il suo rapporto con il surrealismo. Indicato da Breton come uno dei padri del movimento egli collaborò al numero 5 di "Le surréalisme au service de la révolution" (1933) col racconto Achille énamouré mélé à l'Evergéte, ma poi fu preoccupato piuttosto di indicare la propria distanza dal movimento, e a non confondersi con esso.

Il teatro

Tra il 1920 e il 1922 collaborò alla "Ronda". Successivamente entr` in contatto con il Teatro d'Arte di Pirandello, per il quale progettò un dramma, Capitano Ulisse, che fu però rappresentato solo nel 1938 da A. G. Bragaglia, mentre nell'ambito dello stesso progetto pirandelliano fu rappresentata, nel 1925, la tragedia mimica La morte di Niobe. Lo scarso successo di queste opere indusse Savinio ad abbandonare la drammaturgia per molti anni. Solo nel secondo dopoguerra egli tornò all'antico amore con Il suo nome, rappresentata a Verona nel 1948, La famiglia Mastinu, pubblicata nel 1948 (ma rappresentata solo nel 1954) e Emma B. vedova Giocasta, pubblicata nel 1949 e rappresentata nel 1952; ma soprattutto con l'Alcesti di Samuele, scritta fra il 1947 e il 1948 e rappresentata da Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano nel 1950.

Savinio pittore

Insoddisfatto della vita in Italia, Savinio nel 1926 decise di trasferirsi nuovamente a Parigi con la moglie, l'attrice Maria Morino, dalla quale ebbe due figli, Angelica e Ruggero. Durante questa seconda permanenza in Francia Savinio frequentò assiduamente Max Ernst, Aragon, Breton, Eluard e, attraverso il fratello, alcuni celebri galleristi e mercanti d'arte. Nel 1927 allestì da Bernheim la sua prima personale. Ebbe inizio così una attività di pittore che per un decennio costituirà il suo impegno fondamentale e in seguito affiancherà costantemente quella di scrittore.

Tornato definitivamente in Italia nel 1933 Savinio diede inizio ad una frenetica attività di collaborazione a quotidiani e periodici. Pubblicò racconti, recensioni teatrali, musicali, cinematografiche, letterarie, riflessioni di ordine politico e di varia umanità. Da ricordare gli scritti apparsi su "Omnibus" (fra il 1937 e il 1939), e sul quotidiano "La Stampa" (dal 1934 al 1943), ma l'elenco delle sue collaborazioni potrebbe essere lunghissimo (L'Illustrazione italiana, Il Mondo, La Nazione, La Rivista di Firenze, Broletto, Il Popolo di Roma, La Tribuna, Il Meridiano di Roma, L'Italiano, La Fiera letteraria, Domus, Corriere della Sera, Corriere d'Informazione, I Rostri, ecc.). Fra il 1933 e il 1934 diresse la rivista milanese "Colonna".

Durante la guerra

Durante la guerra Savinio era a Roma e nel 1943 il suo nome risultava addirittura inserito in una "lista nera" di antifascisti ed egli fu costretto a vivere nascosto per diversi mesi. In definitiva, è evidente che anche nei confronti del fascismo, Savinio non poteva che conservare il suo atteggiamento profondamente individualistico e soprattutto inattuale, fuori tempo e fuori luogo, e quindi situarsi in una posizione riservata di non adesione e non contrasto. Mentre nell'immediato dopoguerra, nell'euforia del momento nuovo, della grande occasione storica, egli sottolineerà vivacemente, in Sorte dell'Europa, il danno prodotto dal regime sulle intelligenze degli italiani e farà notare come uno dei modi più efficaci per sgonfiare il pallone della retorica fosse proprio quello dell'aneddoto storico ironico e dissacrante nel quale egli era maestro.

Il secondo dopoguerra

Nel dopoguerra Savinio riprese la sua frenetica attività giornalistica. In particolare nel 1946 iniziò la collaborazione al "Corriere della sera".

Dal 1948 Savinio progettò per il Teatro alla Scala, i bozzetti delle scene e dei costumi dell'Oedipus rex di Cocteau e Stravinskij, per I racconti di Hoffmann di Offenbach e per L'uccello di fuoco. Nel 1951, sempre alla Scala, rappresentò il balletto Vita dell'uomo di cui preparava soggetto, musiche scene e costumi. Nel 1952 curò regia, scene e costumi dell'Armida di Rossini per il Maggio Musicale Fiorentino.

Morì nel 1952 stroncato da un infarto.